7. Suono e Silenzio

 

 

Osserva, al centro dell’anello, delle volute di luce bianca e dorata che danzano, accompagnate da diversi tipi di suono fino a trasformarsi in una figura splendente, in abito da frate, che ti sorride e ti saluta con la mano; senti energie di umilta’ e pace che  ti avvolgono, mentre la figura si siede al centro ed incomincia a parlare, con voce dolce e tranquilla.

 

 

Sono stato invitato a condividere con te un’ esperienza che ho vissuto sulla Terra e ne ho scelta una, risalente a parecchio tempo fa, che e’ per me e’ stata il punto di partenza di successive consapevolezze che mi hanno permesso di conoscere Misteri e Segreti della Vita.

Rivivo per te un’esperienza con luci ed ombre, il cui percorso mi ha portato molto lontano per poi ricondurmi di nuovo a casa, attraverso occasioni che mai avrei immaginato.

Sfoglio le pagine e mi rivedo bambino, in un piccolo villaggio ai piedi delle montagne, che vado per la prima volta alla messa di Natale con i miei genitori e fratelli.

 

Ho sempre desiderato andare alla messa di Natale a cui andavano i miei fratelli, di cui aspettavo il ritorno, nonostante il sonno, per ascoltare i loro racconti per me fantastici, sulle luci, i colori ed i canti che si espandevano nelle limpidi serate invernali avvolgendo tutte le abitazioni; mi ero fatto l’idea che fosse il suono ad attirare Gesu’ Bambino da noi, nel nostro villaggio sperduto, tra monti e prati: e’ senz’altro un luogo insignificante, come avrebbe potuto trovarlo se non ci fossero stati i suoni?

Quest’anno mia mamma mi ha promesso che, come regalo, potro’ venire anch’io e percorrere con loro il lungo sentiero che si snoda fino alla chiesa dell’abbazia che dalla nostra baita non si vede ma si intuisce, attraverso il suono delle campane, al di la’ di uno sperone roccioso che la nasconde allo sguardo. Ha nevicato per molti giorni ed io temevo che non fosse possibile raggiungerla ma dalla vigilia e’ apparso il sole e la pista e’ ben battuta.

La serata e’ limpida e molto fredda e mia sorella si assicura che io sia ben coperto e quando sono pronto, mi prende per mano ed usciamo al chiarore della luna che illumina la neve, facendola brillare; c’e’ da camminare un po’ ed in silenzio osservo tutto cio’ che mi circonda, specialmente il silenzio particolare di questa notte, i profili dei monti ed i pini, carichi di neve e vedo le orme che i nostri passi lasciano sul sentiero. Penso che gli animali ci osservino un po’ dubbiosi, ritirandosi per precauzione dove il bosco e’ piu’ folto; la neve scricchiola sotto i nostri scarponi pesanti e mentre ho la sensazione che qualcosa di magico e bello mi stia aspettando proprio stanotte, le campane della cattedrale incominciano a suonare, facendo vibrare tutto cio’ che ci circonda.

Al di la’ dello sperone roccioso, si staglia l’abbazia con il campanile e nella bianca distesa luccicante  si vedono altre persone che, come noi, in silenzio, stanno arrivando; i miei genitori salutano con la mano le loro conoscenze che ricambiano e mi sorridono ed infine entriamo nella chiesa, mentre suoni possenti ed insondabili, fanno vibrare il pavimento.

In alto sopra di noi, il possente organo mi traspone in un mondo lontano, fatto di suoni, di vibrazioni e mi sembra di vedere angeli che, accompagnati da questa musica, cantano, volteggiando nell’aria.

Combinazione non c’e’ piu’ posto nelle panche ed i miei famigliari si sistemano sotto una colonna da cui posso vedere l’imponente strumento con tutte le sue canne lucide ed il coro, disposto vicino, e i miei occhi sono incantati.

 

Mi ricordo che per tutto il tempo ho sentito solo la musica ed ho avuto l’impressione che anche le parole si trasformassero in note ed armonia ed ho sentito questi suoni vibrare dentro di me, dandomi una sensazione di pace e di eccitazione insieme. E’ stato l’inizio di un percorso particolare ed imprevedibile di cui pero’ presagivo qualcosa, poiche’ avevo capito, da quella sera, che la mia vita sarebbe stata strettamente legata a quello strumento misterioso, inaccessibile e stranamente familiare, allo stesso tempo.

 

Alla fine della funzione, l’organo riprende a suonare, riempiendo con il suono tutto lo spazio; approfitto che mia sorella non mi tiene per mano per precipitarmi sopra, sulla ripida scala a chiocciola che conduce al coro e sono subito vicino al musicista che mi guarda prima stupito poi divertito. Osservo con attenzione il movimento delle sue mani che corrono veloci sulle quattro tastiere ed i piedi che suonano anch’essi, lunghi tasti di legno.

In un crescendo veloce, l’organo esprime l’intensita’ e la maestosita’ del suono che poi dolcemente si affievolisce, fino a scomparire.

Resto muto, osservando il musicista che mi guarda con attenzione e poi mi prende in braccio e mi fa sedere vicino a lui, sulla panca, mi prende le mani e me le fa appoggiare sulla tastiera piu’ bassa, invitandomi a provare a schiacciare qualche tasto.

 

Quel momento e’ stato uno dei piu’ intensi e misteriosi della mia vita e sicuramente quello che ha determinato il mio futuro; non so neanch’io come e’ stato possibile ma mi sono ricordato di alcuni suoni in corrispondenza di una precisa sequenza di tasti  e, come se avessi sempre suonato, sono riuscito a riprodurli sentendo quasi che sgorgassero da dentro di me.

Era un’armonia semplice, che accompagnava uno dei canti che conoscevo bene e poco per volta, magicamente, le mie dita da bimbo, trovavano una nota dopo l’altra, come se avessero sempre accarezzato una tastiera e non portato le pecore al pascolo.

 

Dopo un po’ arriva anche mia sorella ma non e’ arrabbiata, dal suo sguardo intuisco che posso  restare e lascio ancora giocare le mie dita, guidate in modo misterioso, con suoni che sento giungere dal profondo di me e poi, dopo che l’ultima nota si e’ dissolta, finendo la sua danza tra le alte navate della chiesa, assaporo un silenzio profondo, che sembra non avere fine.

 

Sento ancora ora, in modo preciso come allora, il silenzio che all’improvviso si era svelato come una forma di suono, l’altro suo aspetto nascosto.  Non ho mai saputo quanto siano durati quei momenti al di la’ del tempo fino a che ho sollevato lo sguardo da quei misteriosi tasti bianchi e neri ed ho incrociato gli occhi del musicista e poi quelli dei miei genitori e fratelli che erano saliti fino al coro senza che me ne accorgessi e riprovo quella sensazione strana che avevo percepito allora.

 

Osservo il musicista, che non avevo mai visto prima di quel momento, i miei genitori ed all’improvviso sento una grande distanza, profonda e dolorosa come se da quel momento mi fossi posto oltre di loro, in un’orizzonte invisibile ai loro occhi ed incomprensibile alla loro mente, in cui il mio percorso affondava le sue radici ed il suo sviluppo lontano dai verdi pascoli che contornano e riempiono la loro semplice vita di pastori e mi rendo conto di non riuscire a sorridere e che una grande solitudine mi avvolge con il presentimento che da quel momento ho lasciato tutto alle spalle, in modo cosi’ improvviso e naturale.

Anche loro, restano in silenzio come se leggessero nei miei occhi la stessa distanza che vedevo io nei loro e questo momento mi sembra non avere fine.

 

E’ stato il musicista a rompere l’incantesimo dicendo che ero molto portato per la musica, che non aveva mai visto nulla di simile e che, se io lo desideravo e se i miei genitori lo avessero permesso, si sarebbe impegnato ad insegnarmi.

 

Mia mamma, con il suo sguardo dolce, si avvicina e mi chiede: ‘Michele, ti piacerebbe suonare?’ ‘Si’, mi piacerebbe cosi’ tanto!’

 

Sono state quelle semplici frasi che hanno cambiato la mia vita, dando inizio a delle opportunita’ che non riuscivo neanche ad immaginarmi e tutto all’improvviso mi e’ sembrato cosi’ bello, ricco, possibile. L’organista, che si chiamava Gabriele, era un signore, dolce e paziente, per nulla invidioso del mio talento che affiorava giorno dopo giorno ed era anzi felice di aver scoperto, nella maturita’, un fiore cosi’ bello da poter coltivare e far sbocciare.

 

Mi sono accordato con i miei genitori, che, finite le mansioni quotidiane, sarei stato libero e nel pomeriggio e potevo recarmi in chiesa dove Gabriele mi avrebbe insegnato i segreti della musica.

Ogni giorno ripenso alla lezione del giorno prima, faccio risuonare dentro di me le semplici melodie e mi ripeto le nozioni teoriche che mi sono state illustrate e le ore volano veloci; i miei genitori ed i miei fratelli mi guardano con un po’ di timore, come se fossi diverso da loro ma mi donano un affetto profondo e sincero che mi rende felice e che non mi fa sentire in colpa.

Cosi’ passano alcuni anni, apparentemente uguali, in cui il suono matura dentro di me e si espande in infinite tonalita’ ed il mio orecchio si affina, riuscendo a coglierne la danza leggiadra ed effimera e le mie dita si sciolgono negli esercizi, acquisendo elasticita’ e vigore.

 

Gabriele scherzava con me, cercando di risvegliare in me lo spirito dell’infanzia ma io ero sempre cosi’ preso dal mondo della musica che rimanevo sempre un po’ troppo serio, teso a migliorarmi sempre di piu’. Con il passare dei mesi il mio buon insegnante si era reso conto che nascondevo dentro di me un tesoro troppo grande e che era suo dovere affidarmi a qualcuno piu’ bravo di lui, ed un giorno, la mia vita ebbe una nuova e decisiva svolta poiche’, su indicazione di Gabriele, volle venirmi a sentire un famoso professore di musica che insegnava in citta’.

 

“Michele, oggi e’ venuto a trovarmi questo mio caro amico, ama molto la musica, potresti suonare qualcosa per lui?”

 

Il tono di Gabriele era gentile e naturale e questo amico, mi aveva stretto la mano con cordialita’ e con un sorriso; non sapevo che presto tutta la mia semplice vita sarebbe mutata e che avrei iniziato una danza che mi avrebbe portato molto lontano e, ignaro di tutto questo, mi sono impegnato al meglio, suonando i miei pezzi preferiti, gia’ sufficientemente difficili, in modo perfetto, suscitando stupore e poi entusiasmo nell’ospite.

 

“Gabriele, avevi ragione, il ragazzo ha un grande talento che ci regalera’ grandi soddisfazioni! Bisognerebbe offrirgli la possibilita’ di studiare in citta’, seguendo seriamente i corsi!

Michele, vorresti diventare un grande musicista?”

 

Leggo questa pagina e rivivo la stessa grande emozione, poiche’ mi sembrava impossibile che io, figlio di pastori analfabeti potessi seguire dei corsi e diventare un grande musicista e cosi’ ero rimasto un po’ imbambolato ma dopo avevo accettato con entusiasmo.

 

Rispondo di si’ e subito Gabriele ed il suo amico vogliono andare a casa mia, per parlarne con i miei genitori e ci avviamo con passo veloce sul sentiero che costeggia i prati gia’ autunnali, in una limpida giornata di settembre.

Mi sento come diviso, tra la musica e la bellezza di questa valle, circondata dalle alte cime gia’ innevate e sento all’improvviso nostalgia per una vita semplice, come quella dei miei genitori e fratelli, che, iniziata qui, si svolgera’ in questi luoghi fino alla fine mentre io non so dove andro’ e cosa vedranno i miei occhi.

Amo l’esistenza da pastore quanto la musica ma sento che il suo richiamo e’ piu’ forte e che devo seguirlo, poiche’ e’ l’opportunita’ della mia vita, e credo, anche il suo significato.

 

Tutto si e’ svolto velocemente, senza ostacoli ed alla fine, anche senza rimpianti, e  mi sono ritrovato, con un semplice bagaglio, in una grande citta’, piena di gente, ospitato dall’amico di Gabriele, che si chiamava Raffaele.

 

Non ho neanche nove anni e tutto mi sembra gia’ alle spalle, il gusto del latte appena munto, il belato degli agnellini nella stalla, il profumo dell’erba appena tagliata: mi sembra tutto un sogno, mentre sono qui in una stanzetta accogliente in cui Raffaele, l’amico di Gabriele, mi ospita, insieme a sua moglie Teresa, e studio con una facilita’ ed una gioia che mi stupiscono sempre di piu’ come se qualcosa dentro di me volesse esprimersi il piu’ presto possibile.

Sfogliando le mie pagine relative a quegli anni, constato che ero cosi’ impegnato a conoscere tutti i segreti ed i misteri del suono che non mi sono mai reso conto delle invidie che spesso suscitavo sia nei miei compagni che nei miei insegnanti a causa della mia innata predisposizione e prodigiosa memoria e con gioia rivivo dentro di me, quella sensazione di umilta’ che nasceva dalla facilita’ di ricordare  cio’ che da sempre avevo saputo.

 

Ho saputo solo oggi che i miei genitori sono morti improvvisamente in una disgrazia e che i miei fratelli stanno mandando avanti il lavoro; prometto che nelle prossime vacanze estive tornero’ senz’altro a casa.

Mi sembra impossibile pensare alla vecchia baita senza mia mamma e mio papa’ e sento nel cuore la loro voce, i loro passi che fanno scricchiolare il legno dei pavimenti e sento che, in un modo per me misterioso, mi sono vicini e mi accompagnano, incoraggiandomi e mi dispiace non averli piu’ rivisti da quel giorno in cui, sono andato via; mi manca anche l’affetto della natura e dei miei fratelli, a volte un po’ bruschi, ma semplici e buoni.

I miei insegnanti si comportano con me in modo discontinuo: a volte sono invidiosi di me e cercano di tendermi tranelli, altre volte sono entusiasti o indifferenti ma in questo strano mondo, fatto di case tutte uguali, di rumori di varia natura, per me ancora misteriosi, mi sembra di perdere il gusto della mia fanciullezza, rimasto tra il verde dei prati e negli occhi attenti delle caprette, intente a brucare l’erbetta piu’ gustosa.

Subito mi appare la vecchia baita sui monti ed il suono del vento che cantava tra le fessure del legno, nelle notti d’inverno e, con le conoscenze a mia disposizione, trascrivo sulla carta da musica le note ed una partitura prende forma dal mio orecchio interiore, alla carta e questo mi spinge ulteriormente a studiare, per approfondire la composizione.

Appena mi e’ possibile, suono sull’organo della scuola questa musica e sento di nuovo il vento come se fosse qui con me, come allora, sui monti, a giocare tra gli anfratti, tra le fessure delle case, nel bosco ed in questo momento, mentre l’aria entra ed esce dalle canne dello strumento, riempiendo l’ampia sala, mi sembra di dialogare con un vecchio amico che mi racconta dei miei luoghi, dei fiori che dormono, in attesa di rinascere, dei semplici desideri degli animali, degli alberi che sognano la primavera e della neve che, grazie al vento puo’ giocare, turbinando spensierata.

 

Non mi ero accorto, cosi’ preso dalla musica che a memoria sgorgava dentro di me, come un linguaggio che ho sempre parlato, di alcuni insegnanti, entrati nella sala attratti dalla musica possente e misteriosa, che rimanevano attoniti ad ascoltarmi;  pochi giorni dopo Raffaele mi aveva consigliato di approfondire le tecniche di composizione e che il docente di questo corso sarebbe stato felice di insegnarmi, anche se questa materia non rientrava ancora nel programma che seguivo.

Mi ricordo che mi disse che potevo studiare anche programmi dei corsi successivi, se me la sentivo poiche’ ero libero da regole e che potevo approfondire cio’ che desideravo; gli sorrisi poiche’ aveva capito, leggendo nel mio cuore, che il programma dei corsi tradizionali procedeva troppo lento per me, bloccandomi un po’, frenando le mie dita che correvano sui tasti senza nessun ostacolo.

 

Oggi e’ domenica, una bella giornata d’autunno e Raffaele vorrebbe che uscissi con lui e sua moglie, Teresa, a fare una passeggiata ma dicembre si sta avvicinando ed io desidero studiare, superare ancora degli esami perche’  ho un desiderio, quello di tornare al mio paese nei monti e suonare, nella notte di Natale, quel caro organo che mi ha permesso di arrivare fino a qui e con un sorriso affettuoso rifiuto l’offerta e mi lascio andare agli studi, alla musica, scoprendo sempre nuovi segreti.

 

I giorni scivolavano veloci ed io davo un esame dopo l’altro, come se fosse un gioco e la composizione mi svelava i suoi misteri, donandomi gli strumenti per esprimere nel modo migliore i suoni della natura, custoditi nel mio cuore mentre la tecnica e gli esercizi mi permettevano di far rivivere le opere dei grandi maestri che sentivo dentro di me, quando leggevo gli spartiti da loro composti.

 

La musica occupa tutto il mio spazio interiore e mi parla, con la voce dei grandi maestri che rivivono nelle mie dita e mentre suono le composizioni, parlo con loro, facendo rinascere i loro pensieri, desideri e propositi in un dialogo sempre nuovo e gli insegnanti si stupiscono delle mie interpretazioni, spesso originali, ma ne sono sempre affascinati.

Raffaele e sua moglie, mi trattano come un figlio prezioso che dona grandi soddisfazioni ed io ricambio in modo spontaneo, sincero e comprendo, mentre dicembre si sta avvicinando, che sono loro adesso i miei genitori e che darei un grande dispiacere se  a Natale tornassi dai miei fratelli. Mi rendo conto che e’ grazie a loro, alla loro disponibilita’, alle loro parole gentili ed al loro ruolo importante nella scuola di Musica, che io posso ora esprimere cio’ che e’ dentro di me e che devo a loro la mia felicita’.

Se Natale si avvicina, vorrei far loro un regalo: i miei luoghi d’infanzia, trascrivendo nelle note la musica dei monti, del vento, dell’acqua dei torrenti, le campanelle delle caprette ed il rumore dei loro zoccoli che risuonano sulle mulattiere lastricate di pietra ma vorrei che fosse una sorpresa, che questi suoni li sentissero solo loro per primi e nessun altro! Devo quindi coltivare e far crescere il suono nel silenzio del mio spazio interiore, coltivarlo  e completarlo fino a farlo sbocciare una volta completo e donarlo, in tutta la sua purezza.

 

Leggendo quelle pagine, rivivo l’amore che provavo nei confronti di Raffaele e di sua moglie che si espandeva anche nei loro cuori e ci rendeva felici, capaci di stare insieme e di confidarci piccoli segreti, riscoprendo sempre nuovi modi per stare insieme e per suonare, improvvisando concerti da camera con diversi strumenti.

 

Posso stare tranquillo qualche settimana, poiche’ ho dato tutti gli esami del semestre e dopodomani  e’ Natale, sono quindi libero di fare cio’ che desidero, e mi sento artefice della mia vita, appena iniziata.

Posso stare in compagnia della musica, suonare nuovi spartiti, dialogare con i grandi compositori e chiedere di poter suonare il grande organo della cattedrale, la vigilia di Natale, per poter offrire la mia composizione, ormai finita, a Raffaele e Teresa.

Con una scusa qualunque, corro nella cattedrale e parlo con il sacrestano del mio progetto, una persona semplice, dai grandi occhi profondi che mi sorride e si allontana per ritornare dopo poco con un frate con una grande barba brizzolata che mi saluta cordialmente; e’ l’organista della cattedrale.

 

Questo frate di mezz’eta’  pianto’ nel mio cuore un seme misterioso che incomincio’ a crescere a mia insaputa, proprio da allora.

Rivivo il dialogo con lui in cui mi diceva che l’organo della cattedrale sarebbe stato a mia disposizione se dimostravo di essere alla sua altezza e se lo avessi  suonato durante le funzioni del primo mattino, alle sei.

 

“Vieni figliolo, l’organo ti aspetta, suona cio’ che desideri.”

Mi basta un’occhiata per vedere la posizione dei vari registri, il cui suono ben conosco, per averlo ascoltato molte volte, quando accompagnavo a messa Raffaele e Teresa.

Cerco la posizione migliore sulla panca, per poter raggiungere agevolmente la pedaliera, e suono uno dei miei pezzi preferiti, che descrive la perfezione delle dimensioni sottili ed i suoni dello Spirito.

Lascio che la musica si espanda, prima nella mente e poi nel mio cuore e lascio correre le mie dita, lontano, verso mondi insondabili e sconosciuti che come per magia vengono trasposti nella cattedrale e danzano, tra le alte navate, tra gli archi ed i capitelli che si stagliano verso l’alto mentre la luce gioca con le immagini delle grande vetrate, riflettendo colori multicolori.

Quando l’ultima nota si dissolve nell’aria, il silenzio avvolge la cattedrale, con dolcezza e pace e per un tempo indefinito mi lascio immergere in esso fino a quando il frate organista, con voce dolce mi parla.

“Potrai suonare quando desideri: queste sono le chiavi del portone esterno e della scala che conduce all’organo. Mi inchino al grande dono che ti e’ stato dato e che tu possa usarlo nel modo migliore, rimanendo nella purezza, nell’umilta’ e nell’amore.”

Nel silenzio della cattedrale, quasi in penombra, il suo viso mi appare come un ponte, verso qualcosa di insondabile, per ora ancora indistinto ma che sento che mi si svelera’, un giorno, in tutta la sua pienezza.

Non so come, mi sento di inginocchiarmi davanti a lui e mi viene da piangere e sento che la sua mano mi sfiora il capo, che per un attimo vibra. Quando alzo lo sguardo, non c’e’ piu’ nessuno e le canne dell’organo mi guardano con rispetto e riconoscenza.

Tengo strette le chiavi nella mia mano  e corro veloce verso casa, dove forse Raffaele e Teresa sono in pensiero e penso con gioia che tutte le mattine presto potro’ suonare il bellissimo strumento della cattedrale che ho sempre ascoltato con rispetto e venerazione, ed appena arrivato, racconto subito il dialogo avuto con il frate organista.

 

Sento come allora la grande gioia di Raffaele e Teresa che sono sempre stati devoti e che mai mi hanno forzato in questo percorso, nel sapere che avrei suonato alla prima messa, mettendo a disposizione di Dio le mie grandi capacita’ ma allora non avevo capito questa sfumatura poiche’ per me era allora importante accedere al meraviglioso strumento, quando lo desideravo.

 

Mentre percepisco il sorriso nei loro cuori, penso che domani e’ la Vigilia di Natale e che e’ giunto il momento di dar loro il mio regalo, chiedo se, la prima mattina, vogliono accompagnarmi, poiche’ mi farebbe tanto piacere e potrei imparare tanto da loro.

Accettano con entusiasmo e la serata trascorre veloce, Raffaele ci rallegra raccontando qualche aneddoto della scuola e Teresa qualche storia divertente tratta dalla sua esperienza di insegnante di musica e poi andiamo a dormire presto, per essere prima delle sei alla cattedrale.

 

Leggo con emozione queste pagine e rivivo i momenti di quella sera poiche’ Raffaele era uno degli insegnanti piu’ stimati della scuola, compositore e grande virtuoso, anche se, nella sua modestia, non me l’aveva mai fatto pesare, e Teresa era una famosa concertista, e presentare a loro la mia opera mi emozionava molto.

 

Sono nella mia stanza e tutto e’ silenzio; osservo la strada innevata e le luci che riflettono ombre fantastiche e mentalmente ripeto piu’ e piu’ volte la mia composizione che le mie dita hanno solo suonato nella mia mente ed alla fine mi sento soddisfatto, consapevole di aver fatto del mio meglio e scivolo dolcemente nel sonno, per svegliarmi senza sforzo e prepararmi con calma, in modo da essere gia’ pronto quando vengo chiamato.

Camminiamo abbracciati, nel silenzio dell’alba e senza accorgercene ci troviamo di fronte al grande organo e ne percepisco la sua gioia, al vedermi.

Raffaele mi fa notare un grande specchio posto sopra lo strumento che permette di seguire la funzione senza voltarsi e quando la messa inizia, mi suggerisce quando suonare, se il pezzo deve essere lungo o corto ed alla fine, quando le persone stanno uscendo presento il mio regalo.

“Ho un dono da darvi, una musica composta per voi e che suono solo ora per la prima volta!”

Sistemo i registri, poi le mie mani scorrono sulle tastiere ed ecco che appare la voce della prima brezza dell’alba che illumina le cime innevate ed accompagna i miei passi e quelli delle caprette al pascolo, alla ricerca dell’erba fresca, ancora umida di rugiada.

Il suono si trasforma nella pienezza del giorno, nel canto del torrente che precipita dagli speroni rocciosi ed indugia in pozze profonde e limpide, diventa le voci degli stambecchi, degli uccelli, delle marmotte che si chiamano con il loro linguaggio e si ritrovano.

La musica diventa il sole abbagliante che si riflette sulle nevi eterne e gioca con le ombre delle pareti, si trasforma nel ruminare tranquillo degli animali che riposano nel meriggio, aspettando che il caldo sfumi nelle brezze pomeridiane e poi muta, alla fine del giorno, nel belato delle bestiole che tornano a casa, e diventa le campane della chiesa, il tepore della casa, della cena, e poi la notte che tutto avvolge, dove le note ritornano al silenzio.

Resto immobile, sentendo le vibrazioni che si dissolvono lentamente fino a che Teresa, mi dice, commossa.

“Michele, non ho mai sentito niente di simile: e’ il regalo piu’ bello che mai abbiamo ricevuto!”

Nel silenzio della cattedrale vengo abbracciato in un modo cosi’ dolce che mai avevo provato e sento che anch’io ho ricevuto cio’ che nessuno mi aveva mai donato.

 

Sfoglio le pagine seguenti e rivivo le gioie sempre nuove che la musica mi ha donava, le mie scoperte, i miei progressi e constato che negli anni della mia giovinezza, il mio cuore e’ sempre rimasto distaccato, al di la’ delle trappole dei successi, dei riconoscimenti. Cercavo di esprimere cio’ che i suoni mi suggerivano, non solo per me ma anche per la gioia di chi poteva ascoltarmi, per le persone che amavano come me la musica; mi sentivo portavoce, messaggero di una lingua misteriosa ed affascinante, appartenente ad altri piani, che ero in grado di interpretare e di portare sulla Terra, per questo non mi sono mai emozionato in occasione dei concerti, che sempre piu’ numerosi, occupavano il mio tempo, e non temevo i giudizi altrui ne’ eventuali critiche perche’ semplicemente ero impegnato ad esprimere cio’ che ascoltavo dentro di me, dove il suono prendeva forma prima di essere liberato, attraverso le mie dita, nello spazio ma la vita stava preparando a mia insaputa, delle occasioni che mi avrebbero allontanato da questa sensibilita’ portandomi in una dimensione sconosciuta.

 

Ho terminato i miei studi, posso con piu’ liberta’ dedicarmi all’attivita’ concertistica e sono molti gli ingaggi e gli inviti in citta’ diverse ed incomincio a spostarmi con frequenza, allontanandomi da Raffaele e Teresa, dalla loro casa che mi ha accolto quando ero bambino ed anche dalla cattedrale.

Luoghi sempre nuovi, stagioni di concerti, impegni, mi stimolano la mente, mi espandono verso nuovi confini a conoscere cio’ che mai avevo immaginato e tutto sembra cosi’ facile, come quelle fiabe fantastiche dove si trova un tesoro nascosto o si incontra il principe azzurro, giovane, ricco e bello. Sono spesso invitato dopo i concerti a casa di influenti persone che desiderano la mia compagnia, apprezzano le mie capacita’, vorrebbero conoscermi, sapere del mio passato, sempre rimasto nascosto da un’alone di mistero ma io non ne parlo, prima per timidezza e poi, mi accorgo con stupore, per vergogna perche’ come posso raccontare la vita umile della mia famiglia in cui nessuno sapeva leggere?

Mi diverto a lasciare la mia infanzia nel segreto ed assaporo il lusso, le belle donne che si disputano la mia compagnia, che mi seguono con lo sguardo e sento di avere un grande fascino sia su di loro che sugli uomini e questo e’ sicuramente molto piacevole.

 

Ero giovane, di bell’aspetto, molto dotato anzi si parlava che ero un genio, poiche’ ero capace di suonare un lungo pezzo senza perdere una battuta, avendolo sentito solo una volta, ed io mi divertivo, incominciavo a guardare tutti dall’alto in basso poiche’ per me era tutto normale ed inizialmente pensavo che tutti lo potessero fare.

Avevo troppi doni, ero troppo bravo e l’essere genio e’ qualcosa di  difficile da gestire negli anni e poco per volta, senza accorgermene,  perdevo sempre piu’ la fragranza, la spontaneita’ che inizialmente mi avevano accompagnato, diventando orgoglioso, conscio della mia bravura, eccessivamente severo nei confronti di chi non aveva le mie capacita’  e che  incominciavo a guardare con superiorita’ e poi con disprezzo.

Scivolavo nella trappola del successo, delle facili avventure con le donne, del denaro che mi permetteva di togliermi ogni futile capriccio e dimenticavo le persone che mi avevano permesso di crescere e di esprimere i miei doni. Leggendo le pagine di questi lunghi anni, mi traspongo in quel mondo illusorio e futile, pieno solo di ricevimenti, di superfluo dove si cercavano attivita’ sempre diverse per vincere la noia ed il vuoto.

Sono stato spesso invitato a caccia e se all’inizio mi dispiaceva che gli animali venissero uccisi per divertimento, mi sono poi  lasciato coinvolgere anch’io, senza troppe resistenze, ed ho assaporato il perverso potere di avere in mano la vita e la morte di quelle bestiole innocenti. In un inesorabile cammino verso il basso, non mi accorgevo piu’ della natura che mi chiamava, mi parlava dicendomi di tornare indietro poiche’ mi stavo uccidendo ma io facevo spallucce e pensavo ad altro diventando egoista mentre il mio cuore si spegneva.

Raffaele e Teresa si erano accorti del mio cambiamento e spesso mi invitavano da loro ma io non sono piu’ andato a trovarli nella loro casetta accogliente ne’ a Natale ne’ nei mesi estivi e neanche  mi sono recato dai miei fratelli che tanto desideravano vedermi perche’ ho sempre frettolosamente risposto che non avevo tempo, avevo impegni piu’ importanti, e che sara’ stato per un’altra volta fino a che nessuno di loro mi ha piu’ chiamato e non c’e’ piu’ stata nessun’altra volta.

Con crescente inquietudine leggo queste pagine in cui mi lasciavo andare ad eccessi di ogni genere, a scorrettezze e malignita’ sfruttando la mia bravura ed umiliando chiunque e stento a riconoscere in quel giovane arrogante,  il timido pastorello di un tempo.

Le stagioni si susseguivano una dopo l’altra ed incominciavo ad essere rabbioso anche nei confronti di me stesso perche’ mi dava fastidio che nonostante fossi volutamente sgarbato ed incostante con le donne, loro mi cercavano sempre, piangevano e mi dicevano che mi avrebbero aspettato sempre e che gli uomini ricercavano comunque la mia compagnia, affascinati dal mio genio, dalla mia bravura indiscussa.

Non volevo ammettere che non ero piu’ capace di amare e che anche la musica per me si stava svuotando del suo fascino poiche’ ormai pensavo che non avesse piu’ segreti per me e, come un vecchio giocattolo rotto, la buttavo in un angolo; non volevo ammettere che stavo utilizzando male i tesori che mi erano stati affidati e non pensavo piu’ di offrirli in dono poiche’  reputavo le persone ignoranti ed incompetenti, le disprezzavo nella mia superbia e suonavo solo piu’  per sentirmi ammirato, applaudito e ricercato nei salotti e per assaporare quella sensazione di potere, nel sentirsi superiore a chiunque.

Spesso alla sera mi ubriacavo e poi cadevo in un sonno pesante, senza sogni e all’indomani rimanevo con la mente vuota, intorpidita e tutto mi sembrava avvolto in una fitta nebbia.

 

Con questa sera, un’altra stagione di concerti e’ finita, sento ancora gli applausi nelle orecchie, le voci stridule delle persone che commentano, e’ tardi e non c’e’ piu’ nessuno, nel teatro vuoto. Ho suonato volutamente male stasera, senza cuore, meccanicamente, per disprezzo, per comunicare una sensazione di vuoto, di inutilita’ e per vedere se qualcuno se ne accorgeva ma sono stati entusiasti come le altre volte ed anche i critici mi hanno fatto i complimenti; come e’ possibile che non si siano accorti di niente?

Cosa e’ mai la musica per queste persone e quale e‘ il mio ruolo se nessuno si accorge di cio’ che desidero trasmettere?

Voglio ubriacarmi stasera, dimenticare tutto, anche la musica; vorrei tornare indietro nel tempo, quando tutto era una bella promessa e le ragazze un profumo leggero e misterioso, desidererei svegliarmi nella vecchia baita e sentire il belato delle caprette ed il profumo del latte fresco ma non e’ piu’ possibile.

Mi guardo allo specchio e vedo l’immagine di una persona disillusa, senza sorriso, insoddisfatta; mi cambio, esco in fretta ed entro nel primo locale dove bevo fino a stordirmi per poi uscire di nuovo, barcollando.

La luna si nasconde e si svela tra le nubi, le strade sono deserte e fanno risuonare i miei passi; cammino senza meta in questa citta’ che non sento mia, che mi ospita soltanto, indifferente, come tante altre, per la sola durata del concerto. Si susseguono viali, stradine, piccole piazze che scorrono davanti alla mia mente vuota fino a che stanco, giungo in un parco e mi butto su una panchina. L’aria e’ frizzante, in questa notte d’estate e sento i grilli ed il fruscio delle foglie ma tutto mi sembra una voce lontana, un linguaggio che non capisco piu’ e mi addormento, facendo sogni agitati.

Tutto si mescola al di la’ del tempo, vedo in un prato fiorito i miei genitori insieme a Raffaele e Teresa, che nella realta’ non si sono mai visti, che parlano di me, sono preoccupati e tristemente si chiedono come potermi aiutare; anche Gabriele che ormai avevo dimenticato, si aggiunge al gruppo, e’ pensieroso e scuote la testa poiche’ si ricorda di come ero quando ero un bimbo.

In un crescente disagio, guardo la scena, percepisco i pensieri e le sensazioni di tutti, vorrei parlare, ma nessuno mi vede e non riesco ad emettere nessun suono; arrivano di corsa anche i miei fratelli, che stento a riconoscere: quanto sono cambiati! Osservo i loro visi, cotti dal sole, le rughe sottili e leggo nei loro occhi profondi un rimprovero silenzioso, ne’ di rancore o di amarezza ma solo di nostalgia di me, di quello che avrei potuto essere, di quanto avremmo potuto essere felici insieme, nonostante le nostre vite diverse.

In mezzo a loro ci sono anche alcune caprette che si voltano verso di me e mi osservano con aria grave; mi sento a disagio e vorrei piangere ma non ci riesco poiche’ sono impietrito nel vedere quello che sono e come mi sono comportato.

All’improvviso sento dei passi dietro di me, mi volto e vedo il frate organista, che molti anni fa mi aveva permesso di suonare all’alba, nella cattedrale in quella citta’ lontana: mi osserva con attenzione, legge nelle mie profondita’ e poi mi parla.

“Figliolo, hai voluto scoprire nuovi confini ed altre realta’ ma non ti hanno soddisfatto; sei giunto dove non puoi piu’ proseguire ma solo o rimanere dove sei, inghiottito dal vuoto, o tornare indietro per ritrovarti, poiche’ in realta’ ti sei solo nascosto a te stesso, non perduto.

La scelta e’ solo tua, nessuno puo’ farla per te ma ora che la musica ti ha ormai detto tutto, e’ solo piu’ il silenzio, l’altra parte del suono, che puo’ aiutarti a ritrovare la via dell’amore.

Il silenzio e’ un linguaggio: seguilo nei suoi tortuosi percorsi, impara a sentirlo dentro di te ed il tuo vero tesoro apparira’ ai tuoi occhi.”

Osservo tutte le persone che si dissolvono una ad una ed anche le caprette svaniscono, in una luce dorata ed io resto solo, in questo vasto prato senza fine, in un silenzio che occupa tutto il mio spazio fino a che, vengo svegliato da voci di bimbi che vedo correre con degli aquiloni ed intorpidito mi metto a sedere.

 

Quel sogno e’ stato il punto di partenza per un lungo viaggio, sia interiore che esteriore poiche’ mi ero reso conto all’improvviso che mi stavo perdendo ma che avrei anche potuto ritrovarmi e ricucire i pezzi di me che avevo sparso in tutti questi anni, attraverso avventure, alcool, ricevimenti e balli.

In pochi minuti ho fatto scorrere di fronte quasi quarant’anni della mia vita e mi sono reso conto all’improvviso che tutte le persone che avevo sognato erano morte ed io non le avevo piu’ riviste da molto tempo, che tutto era ormai finito e che molte occasioni non si sarebbero piu’ presentate.

 

Mi guardo intorno, e vedo dei bambini giocare con gli aquiloni: corrono con i loro passettini leggeri e ridono, mentre i fili si allungano verso il cielo ed anche loro guardano in alto, mentre il vento si unisce alle loro voci  ed alla loro allegria poi all’improvviso tutto tace ed io continuo a vedere la scena senza sentire nessun suono ed un grande silenzio si espande intorno, riempiendo ogni spazio, facendomi rimanere in sospeso, oltre il tempo, in un luogo dove ancora tutto e’ possibile, dove posso chiedere come tornare indietro, lasciandomi alle spalle questo me stesso che non mi appartiene.

Sento che per realizzare questo, devo cambiare vita, ambiente, lasciare le comodita’, i salotti, le donne, tutto questo superfluo che non mi e’ mai veramente interessato ma che ho voluto solo per sfida e capriccio, lasciando che sia il silenzio ad accompagnarmi. Mi rendo conto che la musica e’ sacra e che ora non sono piu’ degno di suonare, fino a quando dal suono senza suono, le note torneranno a sgorgare dentro di me. Fino a quel momento non suonero’ piu’.

Desidero andare via, solo, come sono arrivato: la stagione dei concerti e’ per me finita.

 

Nel leggere queste pagine, rivivo una grande gioia ed una pace interiore che da molto tempo mi era sconosciuta: una sensazione di compimento, nella consapevolezza che un tempo era finito e che ne stava iniziando un altro che avrei potuto scrivere dall’inizio, con entusiasmo e stupore. Il silenzio era la mia guida ed incominciavo a sentirlo in molte occasioni ed in molti luoghi e che mi chiamava a se’ per intraprendere insieme un lungo viaggio, senza piu’ ritorno. Mentre tornavo in albergo, mi rendevo conto che in quegli anni non avevo acquistato nulla, i miei strumenti erano gli organi delle cattedrali, avevo sempre vissuto in alberghi o in case d’affitto, nulla mi apparteneva e questa considerazione mi regalava una liberta’ imprevista.

 

Pagata la camera dell’albergo, regalati molti abiti, ne acquisto di nuovi, semplici e comodi, adatti per il lungo viaggio: si’, ho deciso di tornare al mio paese a piedi; e’ lontano da qui ma siamo all’inizio della primavera ed a Dicembre potrei essere li’, anzi vorrei proprio essere li’ per Natale.

Cammino senza fretta, osservando tutto quello che mi circonda, seguendo la Via del silenzio e poco per volta ritrovo il mio sorriso, lavandomi alle fontane, svegliandomi presto al mattino e dormendo tranquillo sotto le stelle.

 

Talvolta, quando giungevo in un paese, cercavo la chiesa e mi immergevo nel fresco delle sue navate, nelle ore piu’ calde ed assaporavo il profumo dell’incenso e del legno vecchio, custodito nella luce soffusa delle alte vetrate colorate e mi lasciavo sempre piu’ andare, facendo rifluire da me tutte le chiacchiere ed il rumore accumulato in quegli anni.

 

Le settimane scorrono dolcemente, tra temporali estivi e giorni assolati, fino al limitare dell’autunno, in cui l’aria piu’ frizzante e le giornate piu’ corte annunciano il cambio di stagione ed i colori si accendono di tonalita’ gialle, arancio e rosse. Ho sempre amato l’autunno ed ora ancora di piu’ poiche’ sono i mesi dove il silenzio si espande maggiormente, accogliendo in se’ i rumori che si assopiscono fino ad annullarsi nelle lunghe notti d’inverno.

Cammino agevolmente, in questi mesi mi sono irrobustito, la vita all’aria aperta ha acceso nel mio viso gli antichi colori del pastore e dell’uomo di montagna e nulla mi manca. A volte, quando lo desidero, mi tolgo le scarpe e percorro lunghi tratti scalzo come facevo da piccolo e come spesso si fa anche da adulti, dalle mie parti ed immagini si compongono nella mia mente, dandomi indicazioni, suggerimenti, proponendomi possibili scenari futuri.

 

Ogni tanto sorridevo nel constatare che passavano magari giorni in cui non parlavo con nessuno e che erano settimane  in cui dormivo all’aperto e che le voci ed il suono non mi mancavano ma apprezzavo sempre di piu’ il silenzio come la sua parte intima, segreta e nascosta, la sorgente del suono stesso e capivo che dovevo ritrovare proprio questa sorgente dentro di me. Sentivo che in realta’ non potevo comprendere profondamente il suono senza diventare io stesso silenzio.

Il silenzio dell’alba, del tramonto, delle notti stellate e di quelle piovose, il silenzio delle persone e degli animali, si trasformavano dolcemente in un linguaggio attraverso il quale potevo di nuovo dialogare come un tempo, in modo diverso, con la natura e con tutto cio’ che mi circondava.

 

E’ autunno, ha piovuto tutto il giorno, sono fradicio ed infreddolito; finalmente giungo in un paese e mi siedo nei banchi della chiesa, lasciandomi avvolgere dalla sua oscurita’ fino a che un frate mi vede e senza parlare, mi fa cenno di seguirlo.

Mi accompagna in una stanza con un giaciglio e mi dice che posso fermarmi a dormire qui e mangiare qualcosa di caldo. Accetto volentieri e dopo poco sono comodamente seduto vicino ad un camino ad assaporare una buona minestra che gusto lentamente, in compagnia di altri monaci che mi osservano sorridendo ma senza farmi domande e mi invitano a pregare con loro.

La melodia gregoriana riempie lo spazio in modo discreto e mi sembra quasi un gioco del silenzio, con le lunghe pause e la melodia, che si muove appena tra un tono ed un semitono, mi parla e mi racconta della Sacra Danza e del Sogno della Vita in cui lo Spirito ama nascondersi fino a quando non si ritrovano le regole del Gioco che dissolvono l’illusione, svelandone il segreto.

All’improvviso un’intuizione chiara nasce nel mio cuore: era  per Lui che ho suonato tutti questi anni, era con Lui che dialogavo dentro di me ed era Lui che si era ritratto dal suono affinche’ Lo ritrovassi nel Silenzio e poi nell’Unico Suono e questa consapevolezza che riempie totalmente ogni parte di me,  mi risveglia antiche sensazioni ed io mi vedo frate, nell’abbazia vicino alla baita, mentre guardo le alte cime innevate dalla mia celletta.

La visione dura a lungo fino a che l’immagine si volta verso di me e mi sorride e vedo me stesso avanti negli anni, con capelli bianchi ed una folta barba, nella pienezza di una pace profonda.

 

Il silenzio si era trasformato in suono ed io avevo capito quale era la mia strada, perche’ avevo deciso di tornare a casa ed una grande gioia mi riempiva il cuore. Il suono era diventato silenzio ed il silenzio era di nuovo diventato suono fino a farmi comprendere che sono solo diversi aspetti della Voce di Dio. Potevo ritornare a dialogare con Lui, riprendendo a suonare ed avevo sentito l’impulso che potevo farlo subito, prima di proseguire il mio viaggio, poiche’ un vecchio organo, che avevo intravisto vicino al coro, mi stava chiamando ed io ero mi ero subito diretto vicino allo strumento.

 

Si avvicina lo stesso frate che mi aveva accolto ed invitato a fermarmi ed ho capito che e’ l’abate del monastero: mi parla e per un attimo il suo viso tranquillo, con una folta barba si confonde con quella di quel frate che tanti anni fa, mi aveva fatto suonare, all’alba, nella cattedrale.

“Durante le funzioni viene un organista. Sai suonare anche tu?”

Mi accompagna allo strumento e poi si allontana per un attimo mentre io osservo i tasti, un po’ consumati, assaporo il vago profumo di muffa; ho mantenuto la promessa, da quel giorno le mie dita sono state lontane dalla musica ma ora il silenzio mi chiama per essere di nuovo colmato e compiuto con il suono.

Sento dentro di me le note che dopo il sonno si risvegliano e cominciano a fluire prima lentamente, poi in un crescendo veloce e gioioso come se danzassero di nuovo nel mio cuore ed io sorrido di nuovo e ritrovo il pastorello, solo per un poco, dimenticato.

L’antico organo e’ un po’ intorpidito ma poi si scioglie e mi segue dolcemente nelle mie corse tra le note mentre le canne respirano di nuovo, riempiendo l’aria di suoni ed io sono di nuovo in quella dimensione del mio cuore, invisibile agli occhi fisici.

 

Ero cosi’ preso da non accorgermi che tutti i frati mi si erano avvicinati e mi guardavano stupiti, alcuni preoccupati per il vecchio strumento che scricchiolava ed a volte ansava per starmi dietro. Ho smesso all’improvviso e, senza nessuna parola, sono incominciati i canti gregoriani e la musica si acquieta, dopo la corsa.

 

Il vecchio organo si ricompone ed accompagna con dignita’ gli usuali cori e questa musica entra dentro di me, come una preghiera di ringraziamento e di lode, guarendomi le ultime ferite e spazzando via i ricordi di quella strana vita che non mi e’ mai appartenuta, mentre i pensieri superflui si dissolvono e mi sembra di aver fatto un lungo sogno e che solo ora mi sia svegliato.

Finita la preghiera, l’abate mi si avvicina e, fissandomi negli occhi mi parla.

“Figliolo, hai percorso un lungo viaggio ed ora stai tornando; vedo che e’ finito un periodo in cui hai sperimentato il lato oscuro della vita e sono felice per te. Vorrei chiederti di restare qui ma credo che hai altri desideri e che sei solo di passaggio ed un po’ mi dispiace. Posso chiederti dove sei diretto?”

Sorridendo gli confido la mia visione, aggiungendo che ritorno cosi’ al punto di partenza, dopo aver capito molte cose e vedo il viso dell’abate che si illumina di gioia.

“Ora so perche’ ci siamo incontrati: conosco bene quell’abbazia e posso scrivere una lettera di presentazione con la quale sarai accolto innanzitutto come organista e, se lo desideri, anche come frate, se questo tuo desiderio continuera’ a fiorire nel tuo cuore.

Aspetta un attimo qui.”

L’abate si allontana ed io resto da solo, tranquillo ed in pace, come se tutto fosse gia’ stato scritto e sento il vecchio organo che mi ringrazia della inaspettata e gradita corsa che l’ha risvegliato dal suo lungo torpore; osservo tutto cio’ che mi circonda che mi appare bello e pieno di promesse, come se nulla fosse accaduto, come se tutti questi anni passati non fossero altro che un sogno.

Con la preziosa lettera in tasca, passo ancora la notte nel monastero e mi addormento dolcemente, felice come quando ero piccolo.

La mattina seguente, all’alba, accompagno ancora una volta  il canto dei monaci mentre silenzio e suono si mescolano dentro di me, svelandomi profondita’ insondabili e dopo qualche ora, ringraziando dell’ospitalita’, sono di nuovo in cammino.

 

Mi ero ripromesso di arrivare a casa all’inizio di Dicembre e volevo utilizzare il tempo ancora a disposizione per effettuare un vero e proprio pellegrinaggio, fermandomi nelle chiese a suonare, dove possibile, in cambio dell’ospitalita’ per la notte, imparando i canti sacri per farli risuonare dentro di me, realizzando il miracolo di musica e silenzio che diventano un unico suono e che questo lavoro interiore era per me occasione di trasformazione profonda, di utilizzo delle mie capacita’ per qualcosa di utile e bello che mi donava il significato della vita.

 

Osservo la natura che mi circonda, i suoi colori, i suoi rumori e sprofondo in essa, cogliendone la pace profonda che nell’autunno si espande fino a diventare il lungo sonno invernale che custodisce il risveglio e mi interrogo sul significato profondo della musica, questa magia che c’e’ per qualche ora e poi svanisce, in una danza tra il silenzio che la precede e quello che la conclude.

Nella strada deserta, nell’aria frizzante, la mia ottima memoria, accresciuta dall’esercizio, mi permette di riprodurre dentro di me tutti i canti sacri che ho ascoltato, con i loro suoni, risentendo le voci dei monaci che lentamente riempivano di vibrazioni tutta la chiesa e riprovo la sensazione di essere in una dimensione diversa, al di la’ del tempo, oltre le piccolezze umane e capisco che la funzione della musica e’ quella di essere uno dei ponti tra l’umano ed il divino, tra la materia e lo spirito, tra la Terra ed il cielo e che e’ stata proprio questa sensazione, confusa e mai pienamente consapevole, che mi ha cosi’ attratto verso di essa e che negli anni della mia giovinezza mi spingeva a saperne sempre di piu’, a studiare ed esercitarmi, senza esserne mai sazio.

Era un mio modo di pregare, di abbandonare questo mondo per entrare nella Sacra dimora di Dio ed e’ stata questa la chiave del mio successo; anche quando credevo di suonare male, le mie dita, il mio cuore, realizzavano, oltre il controllo della mia mente, un portale magico e misterioso che si apriva poco per volta, permettendo agli ascoltatori di accedere ai sacri luoghi dello Spirito, forse diversi a seconda di ognuno.

Oltre alle mie capacita’ tecniche e la straordinaria memoria, capisco che questo e’ il mio dono e la mia piu’ grande capacita’, cio’ che ha affascinato tutti, gli insegnanti severi, il critico piu’ esigente e l’ascoltatore distratto e forse neanche tanto preparato poiche’ l’umanita’ ha sempre il desiderio di andare oltre ai sensi fisici per accedere a quella parte divina di se’ stessa che e’ , in fondo, la sua vera natura.

Ecco il significato della mia vita, come poter utilizzare nel modo migliore le mie capacita’ ed il mio talento; in questi mesi, prima di giungere a casa, intendo approfondire questa intuizione, calarla completamente dentro di me, richiamare a me tutto il sapere acquisito in questi lunghi anni, per conseguire questo scopo: creare i suoni che generano il portale verso Dio, affinche’ tutti possano attraversarlo e ritrovare risposte, pace ed amore.

 

Nelle pagine che seguono, assaporo le sensazioni di pienezza e di compimento che questa intuizione mi aveva donato ed il rinnovato entusiasmo per la vita, che riprendeva a colorarsi di promesse e di meraviglie.

Quasi come se tutti gia’ conoscessero i miei propositi, appena entravo nelle chiese, venivo subito avvicinato da qualche frate che mi parlava e, quando sapeva che sapevo suonare, mi invitava ad accompagnare il loro canto, per tutto il tempo che desideravo. Una delle esperienze piu’ belle di quel periodo e’ stata quando sono entrato in una chiesa molto antica, in un piccolo paese, dove non c’era nessun strumento.

 

Oggi ho camminato piu’ del solito, quasi fossi spinto a giungere prima di sera in questo piccolo paese e sono un po’ stanco; il pomeriggio e’ quasi finito e ci sono poche persone che si affrettano verso casa. Mi guardo intorno, intravedo la punta di un campanile e mi avvio in quella direzione, mentre il sole crea ombre lunghe e l’aria diventa fredda. La chiesa e’ molto antica, fatta di legno e pietra e mi ricorda, in piccolo, l’amata cattedrale dei miei monti. Entro in essa, nell’aria umida e densa di incenso e resto a lungo in silenzio a sentire lo scricchiolio del vecchio pavimento ed a guardare la luce colorata che filtra dalle vetrate. L’unica navata e’ abbellita da alte colonne e da fiori freschi, disposti vicino all’altare; non vedo nessuno strumento ma se resto in ascolto, mi sembra di percepire ancora dei suoni che danzano nell’aria.

Entra un giovane frate che con un secchio ed uno straccio, incomincia a pulire il pavimento, in ginocchio: mi soffermo un po’ a guardarlo, poi mi avvicino, chiedendogli se vuole una mano: e’ molto cordiale, allegro. Risponde che la gradirebbe volentieri, cosi’ si finisce prima e gli piacerebbe tanto ascoltare la mia storia poiche’ sembro venire da lontano ed aver vissuto tante avventure.

In ginocchio anch’io, tra il profumo del sapone, gli racconto alcune cose, ed in breve tempo finiamo il nostro lavoro.

“Questo villaggio e’ troppo povero, non abbiamo ancora potuto comprare un armonium cosi’ abbiamo dovuto impegnarci a cantare il meglio possibile, per diventare noi stessi strumenti;  ci sono alcuni di noi che sono veramente bravi! Fra poco ci saranno i vespri e puoi unirti a noi, ne saremmo felici, tutti amiamo la musica!”

Avevo studiato anche canto per qualche tempo ma non avevo mai cantato in un coro in chiesa, poiche’ suonavo ma l’opportunita’ mi piacque molto e dopo essere stato presentato, mi fanno accomodare nel coro, mentre arrivano gli altri frati. Vedo che chi guida il canto, anche se non mi aveva mai visto, mi sorride ed iniziamo.

Subito resto in silenzio per cogliere la melodia e poi canto anch’io e sento il suono che entra ed esce da me in modo diretto, senza passare dalle mie dita e diventa parte di me, che si espande all’esterno, si ritrae in un movimento misterioso ed insondabile e poi fluisce di nuovo e sento che divento io stesso suono, silenzio e poi un unico suono che pervade tutto cio’ che mi circonda.

I frati cantano davvero molto bene ed insieme a loro costruiamo, attraverso la musica, un grande portale in cui ci trasponiamo tutti nelle dimore celesti, e dopo un po’ mi sembra che veniamo accompagnati da angeli che suonano vari strumenti.

Quando l’ultima nota si dissolve, rimaniamo ancora a lungo ad inseguire il suono che ritorna ad essere silenzio, donando una pace senza confini.

Senza bisogno di parlare, vengo accompagnato a lavarmi prima di condividere con loro la cena, nel refettorio attiguo alla chiesa. L’acqua fredda mi toglie ogni stanchezza residua e con grande gioia, mi siedo nel posto assegnatomi, mentre viene servita una minestra calda.

Uno dei frati e’ in piedi davanti al leggio ed un po’ legge testi sacri, un po’ canta, rallegrando il pasto e quando abbiamo finito, mi chiedono di rimanere almeno ancora domani perche’ hanno apprezzato molto la mia voce.

 

Non avevo particolare fretta ed il tempo era brutto e freddo, mi sono fermato in quel luogo parecchie settimane in cui ho potuto cantare ed approfondire questo particolare ed intimo modo di ‘suonare’ che mi permetteva di entrare profondamente dentro me stesso dove trovare la sorgente del suono. Poiche’ avevo capito che faceva loro piacere, per tutto il tempo in cui sono rimasto, mi offrivo di cantare durante pranzo e cena, imparando molti canti e diventando io stesso suono e portale verso il cielo e, mi legavo sempre di piu’ a quel tipo di vita.

 

Mi sono fermato molti giorni qui e se non mi affretto, diventa troppo tardi per mettersi in viaggio e superare i colli per raggiungere la mia meta; e’ gia autunno inoltrato ed anche se c’e’ ancora un tiepido sole, il tempo puo’ cambiare in fretta e mettersi a nevicare. Mentre penso con nostalgia a questa vita a cui mi sto abituando, mi appare con grande intensita’ la visione di me stesso, in una celletta laggiu’, nell’abbazia vicino alla chiesa di pietra e sento che e’ ora di congedarmi.

Sono tutti un po’ tristi che io me ne vada ma poi mi sorridono poiche’ capiscono che sono solo di passaggio in questo luogo e con la borsa piena di pane, dolci fatti in casa ed il cuore colmo di canti, riprendo il mio viaggio e, se non ci sono difficolta’, dovrei arrivare per i primi di dicembre.

Conosco bene queste valli e molte mulattiere che accorciano il percorso e procedo velocemente tra i prati gialli e la prima neve, che le mie scarpe pesanti fanno scricchiolare ed assaporo la limpidezza del cielo ed i contorni delle alte cime che custodiscono i passi.

Arrivato in cima ad un colle, si alza un forte vento che si mette a cantare con le rocce, gli anfratti e dialogo a lungo con lui che mi racconta del mio paese, dei cambiamenti avvenuti durante la mia lunga assenza ed io vedo apparire davanti a me i luoghi uguali e diversi, i volti di bimbi diventati adulti, di bimbe divenute madri e nonne, della vita che si e’ dispiegata con gli stessi ritmi di sempre. Mi appare l’abbazia di pietra a tre navate, vedo le cellette dei frati, gli ampi porticati silenziosi all’interno, accoglienti e fragranti giardini interni e mi rivedo, avanti negli anni con una folta barba bianca, il viso abbronzato dal sole che sorrido e questa immagine mi accompagna fino a sera dove trovo da riposarmi in una stalla vuota.

 

Potevo allungare o abbreviare il mio cammino, arrivando cosi’ prima del previsto ed ho scelto questa soluzione poiche’ mi permetteva di passare ancora alcuni giorni in silenzio, percorrendo mulattiere che collegavano tra loro baite e paesini pressoche’ disabitati dove potevo rivedere le mie esperienze passate trovando significati e collegamenti nascosti giungendo a intuizioni  sempre nuove; di quel periodo sono per sempre rimasti vivi nella mia mente le lunghe passeggiate tra i colori dell’autunno, gli stambecchi che mi osservavano con attenzione, la rugiada gelata del mattino che adornava l’erba con merletti di ghiaccio, l’ospitalita’ semplice dei pastori che ricambiavo, cantando per loro le preghiere che avevo imparato, facendo sgorgare il suono che avevo custodito tutto il giorno dentro di me ed i loro sorrisi.

 

Piu’ mi avvicino alla meta, piu’ la vita passata, con i suoi eccessi ed errori svanisce fino a diventare un sogno, sognato da qualcuno che non sono io e capisco che l’ho lasciata dietro di me, che non mi appartiene piu’ e poco per volta scivola nell’oblio mentre si fanno sempre piu’ vive le immagini di Raffaele, Teresa, Gabriele, dei miei genitori  e dei miei fratelli e sento che tutti insieme accompagnano con gioia il mio ritorno.

Ho da superare solo piu’ un alto passo e poi in pochi giorni saro’ giunto; il tempo continua ad essere bello e tiepido e mi favorisce il cammino.

 

Sfoglio ancora qualche pagina e mi vedo oltre il passo che guardavo le montagne familiari, la valle sottostante, e lo sperone di roccia, ancora lontano, che nascondeva l’abbazia che aspettava il mio ritorno. Mi sono fermato a lungo a guardare il panorama, nella vastita’ dello spazio, lasciando scorrere immagini della mia vita passata, l’eleganza, i balli e tutto quello sfarzo superfluo e sono stato felice di aver vissuto quelle esperienze poiche’ mi avevano permesso di capire cio’ che era davvero essenziale, di vedere fino in fondo i limiti e le contraddizioni di un mondo apparentemente meraviglioso che a volte puo’ diventare sogno irraggiungibile nell’immaginario di una semplice mente da pastore e che io potevo vedere senza alcun rimpianto o nostalgia, in tutti i suoi limiti e meschinita’.

 

Guardando le cime che proiettavano le ombre lunghe, nella sera che si avvicina, assaporo la magia del compimento, della dolcezza e la pace che cio’ che e’ finito dona e le promesse di un nuovo inizio e mi ricordo che per questi mesi ho custodito con affetto la lettera di presentazione dell’abate che mi potra’ dischiudere il portale di un’altra vita di cui ho gia’ avuto alcune intuizioni.

E’ tardi e devo affrettarmi per trovare un luogo dove passare la notte e lascio, quasi all’imbrunire il passo, senza piu’ voltarmi; dopo poco trovo un ricovero di pietra, sotto un grosso masso e mi preparo a passare forse l’ultima notte all’aperto e guardo con stupore il cielo che si tinge dei mille colori del tramonto e le stelle, mie care compagne di lunghe veglie, accendersi una ad una nell’oscurita’ e sento i rumori degli animali, delle rocce che rotolano, del vento che culla ogni filo d’erba, facendolo danzare.

Resto a lungo ad osservare cio’ che mi circonda ed ogni tanto vedo gli occhi lucenti di alcuni piccoli animali che si muovono con cautela poi mi lascio andare al sonno e mi ritrovo nello stesso prato fiorito che avevo sognato, ormai una vita fa, su quella panchina, in quella citta’ cosi’ lontana.

Tutto e’ molto luminoso ed i profumi sono intensi; mi siedo tranquillo e dopo poco sento rumori di passi e risa. In lontananza rivedo le stesse persone che mi erano apparse allora, i miei genitori, Gabriele, Raffaele, Teresa e quel frate, di cui non ho mai saputo il nome; mi vedono anche loro e mi vengono incontro sorridendo e ci abbracciamo.

Sono felici di vedermi e mi dicono che e’ tutto a posto ora, e che tutto andra’ bene per me, ora che sono arrivato a casa; arrivano anche i miei fratelli con delle ceste che contengono un abbondante spuntino.

Ci sediamo tra la fragranza dei fiori, su un telo bianco come la neve e mangiamo pane, formaggio, burro fatti in casa e beviamo del vino fresco; c’e’ anche la frittata di ortiche che mi piace tanto ed un dolce di castagne. Ognuno racconta qualcosa di se’, cosa sta facendo, e tutti sono contenti: brindiamo insieme e poi mio fratello maggiore, tira fuori la fisarmonica e si mette a suonare.

Balliamo a lungo fino a che il belato delle caprette non ricorda che e’ ora di tornare e le persone si allontanano, salutandomi ancora con la mano prima di sparire al di la’ della collina ed io resto da solo, nel prato profumato fino a che il tepore del sole mi sveglia.

La giornata e’ bellissima e mi avvio con entusiasmo lungo la mulattiera che attraverso tornanti lastricati in pietra, scende giu’ e verso l’ora di pranzo sono in prossimita’ dello sperone roccioso e sento le campane dell’abbazia che suonano, quasi a festeggiare il mio ritorno.

 

Nelle pagine che seguono, vedo che tutto si era svolto in modo semplice e naturale, come se fossi aspettato da tempo e senza nessuna difficolta’, grazie anche alla lettera di presentazione, vengo ospitato nell’abbazia come organista e mi viene lasciato del tempo per abituarmi alla vita monastica e per maturare la mia decisione di diventare frate anch’io.

 

Come mi immaginavo, non c’e’ piu’ nessuno dei miei fratelli e parenti ed ho saputo che la vecchia baita in cui abitavamo, e’ stata portata via da una frana, molti anni fa ed al suo posto in primavera, cresce di nuovo l’erba verde; non ho quindi piu’ nessun legame affettivo e posso ritirarmi in me stesso, approfondendo il dialogo interiore con lo Spirito e sprofondare nel silenzio.

Le settimane passano veloci ed e’ gia’ la vigilia di Natale; la chiesa e’ adorna di luci ed in un angolo abbiamo preparato il presepio che mi riporta indietro nel tempo ma non provo nessun rimpianto ne’ nostalgia e quando la chiesa si affolla di gente per la messa, mi accorgo che non conosco nessuno, nessuno mi riconosce e questo mi toglie un peso perche’ non desidero piu’ parlare del mio passato.

Tra canti e suoni, le feste finiscono ed i mesi rotolano uno dopo l’altro. La vita all’abbazia mi accoglie e mi dona pace e gioia sempre nuove ed a fine primavera, dopo alcuni mesi di preparazione e ritiro, divento monaco, indosso il semplice abito da frate e tutto sembra ritornare alla sorgente. Mi assegnano una piccola celletta, dove c’e’ un giaciglio, uno scaffale, una piccola panca ed un tavolino, con una sedia e dalla finestra si gode di un bellissimo panorama sugli alti monti. Vengo lasciato un po’ da solo, a sistemare le mie poche cose e familiarizzo subito con l’ambiente che sento che e’ felice della mia venuta e penso a tutte le persone che hanno vissuto qui, passeggiando sul pavimento di legno consumato e guardando lo stesso panorama che ammiro ora io ed ho la sensazione di continuare il loro percorso e che siano tutti qui con me per accompagnarmi.

Dopo tanti anni in cui mi sono spostato senza tregua da una citta’ all’altra, da una stagione di concerti ad un’altra e dopo i lunghi mesi in cui ho percorso a piedi tutta quella strada, sono felice di essere giunto dove posso solo ampliare la mia mente ed il mio cuore abbellendo da un punto di vista interiore questo angusto spazio esteriore. Mi piace immaginarmi che diventero’ quel me stesso, con gli occhi profondi di saggezza e di pace che tante volte mi e’ apparso in visione, che guardero’ le stagioni alternarsi, qui da questa piccola finestra e potro’ conoscere altri misteri.

Ogni giorno il suono dell’organo, i canti gregoriani ed i lunghi silenzi si intrallacciano in modo sempre nuovo svelandomi segreti mentre gli occhi dei miei fratelli diventano sempre piu’ profondi, rivelandomi la stessa luce che risplende dentro di me.

Mi hanno assegnato, come lavoro, quello di badare all’orto, al giardino, alle pecore e capre che ci donano il latte ed attraverso questa occupazione la natura mi parla con dolcezza, attraverso un linguaggio semplice e dolce che viaria a seconda delle stagioni.

 

Nell’osservare il sole che si nasconde tra le alte cime innevate, mi accorgo all’improvviso che tutto e’ come deve essere e che non ho commesso alcuno sbaglio negli anni passati se essi mi hanno permesso di arrivare qui da dove poter iniziare, giorno dopo giorno, un nuovo risveglio, un altro sogno, piu’ bello e consapevole, nell’eterna danza della vita.

 

Potrei ancora leggerti molte pagine di questo mio Sacro Libro ma esteriormente sono tutte uguali ed il movimento e l’espansione che il mio cuore ha realizzato istante dopo istante, non riesco a spiegartelo a parole;  semplicemente il mio seme interiore e’ sbocciato, diventando fiore profumato e poi frutto fragrante ed al momento giusto, si e’ staccato dall’albero di questa esistenza per proseguire il suo viaggio senza fine, verso una pace sempre piu’ grande ed un Oceano d’Amore sempre piu’ profondo.

 

 

Vedi al centro dell’anello che la persona chiude il suo libro e si allontana, accompagnato da mille suoni, verso una grande luce ma prima di scomparire agli occhi fisici si volta e ti sorride, salutandoti con la mano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Suono e Silenzio