1.3 Il Portico sul Giardino

 

Al centro dell’anello senti parole sommesse, rumori e ti appare un’antica costruzione di pietra e mattoni, con grandi vetrate luminose;  sei trasposto in questo luogo ed avvolto dalle sue energie e cammini sotto alti soffitti a volte, fino ad un portico che si affaccia su un giardino con piante secolari.

Mentre ti guardi intorno, vedi che l’ambiente si anima di voci e di presenze ed i corridoi spaziosi si riempiono di letti, disposti in file ordinate, tra i quali si aggirano, premurose ed attente, suore con un ampio copricapo bianco, volteggiando tra gli ammalati con le loro candide vesti.

Osservando cio’ che ti circonda, riesci a sentire i sussurri delle persone, l’odore dei medicinali che si mescolano tra loro nell’unica grande camerata e poco per volta percepisci una voce profonda che prevale su tutte le altre; ti accorgi che proviene dalle antica mura, dal pavimento a mosaico, consumato dal tempo, dagli archi del soffitto.

E’ l’Essenza di questo Ospedale che ti parla e ti confida le sue esperienze ed il suo percorso.

 

 

Ho custodito per lungo tempo persone ammalate che sono state curate ed accudite tra queste mie mura; ne sento ancora i discorsi, i pensieri preoccupati, le speranze ed i loro desideri; qui si sono incontrati molti percorsi, quelli degli ammalati che si sono trovati in letti vicini e che hanno condiviso insieme malattia e guarigione e quelli delle suore che abitavano in questo convento, che serviva anche come ospedale.

Ho vissuto molti decenni, scanditi in modo preciso dalle lodi mattutine e dai vespri che le suore cantavano in una cappella, in cui c’erano il coro di profumato legno intarsiato, un antico armonium che le accompagnava ed un semplice altare di pietra, ricoperto da un telo immacolato su cui risplendeva la luce di una candela; questa piccola chiesa faceva parte del grande salone ed era divisa da esso solo da piccole colonnine di marmo ed ogni ospite dell’ospedale poteva ascoltare i canti ogni giorno.

Ho vissuto guarigioni, malattie e morti; ho conosciuto i dubbi e la fede delle suore, ascoltando il loro cuore e, seguendo i loro percorsi, ho perso e ritrovato Dio molte volte, arricchendomi di nuove consapevolezze, comprendendo sempre di piu’ il mistero della vita dell’umanita’.

L’ampio salone terminava in un arioso portico da cui si poteva gioire di un giardino antico, dove pietra e mattoni incontravano alberi, prati e fiori in un’armonia di altri tempi; era molto bello seguire le suore che a turno curavano questo luogo poiche’ sentivo emanare da loro un amore puro che era ricambiato con spontaneita’ dalla Natura generosa ed era molto commuovente seguire i passi dei convalescenti che in primavera, nei primi tepori del sole o in piena estate, sotto l’ombra degli alberi, passeggiavano a volte accompagnati dalle suore o dai parenti e nella loro muta gioia sentivo la vita che prendeva vigore nei loro corpi, con dolci promesse di guarigione, di albe e tramonti.

Nel porticato, gli ammalati che si potevano alzare, si trovavano in silenzio, scambiandosi sguardi ed osservavano ogni particolare del giardino che, agli occhi attenti, offriva sempre tanti piccoli doni come gli scoiattoli che nei giorni freddi si avvicinavano, sperando in qualche nocciola o gli uccellini che ci cibavano delle numerose briciole e che cinguettavano di gioia, rallegrando ciascuno con la loro bellezza.

 

 

Accompagnato dalla voce, ti dirigi verso il refettorio, con ampie finestre colorate che riproducono la vita di Gesu’ e di alcuni Santi e la cucina sul fondo, con un grande camino; vedi su un lungo tavolo di legno, le suore intente a mangiare in silenzio mentre una di loro legge ad alta voce le Sacre Scritture.

 

 

Qui potevo ascoltare i pensieri delle suore, le loro impressioni della giornata, le loro preoccupazioni per alcuni ammalati che non reagivano alle cure e le loro gioie per quelli che stavano guarendo e che sarebbero presto stati dimessi; particolari attenzioni erano dedicate al reparto dei bambini, ricavato proprio vicino al giardino in modo che i piccoli, quando possibile, potevano passeggiare tra il verde ed i profumi.

Dopo il pranzo ed in alcuni momenti della giornata, le suore passeggiavano sotto gli alti alberi, sfiorando con i loro passi leggeri i sentieri di pietra per scambiarsi impressioni prima della preghiera in comune o prima di ritirarsi nelle loro cellette e mi piaceva molto ascoltare le loro confidenze, sentire le loro risate discrete che rinsaldavano il legame della comunita’: mi sono sempre impegnato ad avvolgere ogni ambiente con energie di armonia, di gioia e d’amore in modo che le incomprensioni ed i litigi fossero ridotti al minimo e cosi’ e’ sempre stato.

 

Il porticato ed il giardino, erano i luoghi dove i ricordi delle persone, i loro discorsi, silenzi  e speranze erano piu’ intensi poiche’ da essi passavano quelle che venivano ricoverate, quelle che tornavano a casa e quelle che morivano ed ogni sentiero di pietra lastricato memorizzava queste sensazioni e i movimenti del cuore, rendendomi partecipe di ogni dolore e gioia.

Influenzati dalla suggestione del luogo, la sofferenza era comunque passeggera, le suore facevano bene il loro dovere e sapevano accompagnare i malati gravi fino all’ultimo portale, aiutandoli a maturare nella pace e nel compimento e raccontavano a chi ormai non si sarebbe piu’ alzato dal letto, degli uccellini che venivano a becchettare nel porticato, dei cespugli di bacche rosse, dei nuovi nidi e dei ricci che, al mattino presto, venivano a bere il latte in ciotole di legno.

Descrivevano i particolari del giardino, il muschio che cresceva nelle stradine lastricate, i bulbi che  riposavano in inverno e che sbocciavano in estate e le persone potevano partecipare a queste meraviglie e percorrere con la mente il percorso che avrebbero fatto, una volta morti, per uscire dall’ospedale.

Ho visto tanti morire, chi in pace, chi meno ma tutti erano tranquilli e sentivano fino all’ultimo i canti sommessi ed il suono dell’armonium ed io li accompagnavo tutti, con la mia silenziosa presenza, fino a che si allontanavano, oltre il porticato, al di la’ della mia vista, compiendo il loro destino.

 

Pensavo che questo tempo fosse durato per sempre, scandito dalle stagioni, dai disinfettanti, dalle  Pasque e dai Natali ma non e’ stato cosi’ e l’epilogo, insondabile e sconosciuto, si stava preparando.

La guerra colpi’ all’improvviso la regione e dal fronte molti feriti furono accolti presso di me ed io ne fui molto impressionato all’inizio poiche’ non riuscivo a comprendere le motivazioni di queste sofferenze, gente giovane ed in salute costretta a morire per una ragione misteriosa che rimaneva oscura a tutti ed anche le suore erano molto turbate poiche’ la malattia si matura dall’interno e si puo’ accettare, attraverso un percorso tormentato e difficile, ma la distruzione del corpo fisico causata  dalla  violenza umana, lasciava sgomenti.

Ho visto adolescenti che non avrebbero piu’ potuto camminare, farsi accompagnare nel giardino e piangere in silenzio, facendo andare il loro sguardo verso gli alberi lontani, soldati adulti e robusti, morire nel giro di poche ore, chiamando piano la loro mamma e giovani che, attraverso una forza sconosciuta, sopravvivevano ed andavano via, guariti, verso un futuro incerto ed io potevo leggere nei loro occhi la paura al pensiero di dover forse ritornare al fronte, per morire di nuovo.

Arrivavano cosi’ in tanti che i letti non bastavano e le persone venivano spesso adagiate per terra, nel porticato e nella cappella e nella confusione poteva capitare che venivano raccolti e messi vicino anche soldati nemici che venivano curati nello stesso modo poiche’ i feriti non avevano nazionalita’.

 

Successe tutto improvvisamente, non so spiegare perche’; voglio pensare ad uno sbaglio o ad una leggerezza  dettata dalla stanchezza e dalla distrazione poiche’ la guerra durava ormai da tanti anni e tutti erano esausti.

Era un tardo pomeriggio di primavera e c’era tanto silenzio; le suore avevano accudito e sistemato molti feriti che erano appena arrivati ed il pavimento era in molti posti sporco di sangue ma ognuno era tranquillo, avendo ricevuto un sorriso ed una benedizione.

Stavano incominciando i vespri e le suore, con i loro veli candidi, un po’ piu’ stazzonati del solito, erano nella cappella e l’armonium incominciava a riempire lo spazio di musica che trasponeva in dimensioni di pace, d’amore e di bellezza ed il dolce canto avvolgeva ogni ferito facendolo scivolare con delicatezza nel sonno.

Mi ricordo che non c’erano pensieri nelle ampie navate ma solo la melodia della preghiere quando un fragore assordante ruppe la magia ed il canto rimase come sospeso nel convento che crollava sotto le bombe ed io l’ho custodito fino alla fine e quando tutto divento’ un cumulo di macerie, riuscii a liberarlo in modo che portasse fino al cielo l’ultima preghiera dei vespri.

Nessuno si salvo’ e le arcate, gli affreschi, le pietre levigate e scolpite, il coro finemente decorato ed i pavimenti a mosaico, avvolsero con il loro ultimo abbraccio le suore ed i feriti e le nostre Essenze lasciarono tutte insieme questo luogo.

Anche il giardino non si salvo’ dalla devastazione e gli alberi secolari furono divelti ed incendiati, i sentieri lastricati distrutti ed il prato sollevato dalle esplosioni; solo gli animali, consci del pericolo imminente, si allontanarono in tempo e gli uccellini accompagnarono da lontano, con il loro canto, il nostro ultimo viaggio.

 

 

Vedi un cumulo di rovine fumanti, in mezzo ad un silenzio irreale ed al tempo sospeso ma la visione muta dolcemente e vedi crescere muschi, erba, fiori di campo e numerosi cespugli tra gli anfratti delle macerie ed il luogo si riempie di vita, offrendo riparo.

Sotto i tuoi occhi si susseguono gli anni ed una vegetazione sempre piu’ rigogliosa ricopre tutto ospitando molti animali, come quel giardino del convento ospitava persone, tanti anni prima.

 

 

Ecco cosa ne’ e’ di quel luogo; vedi che la Natura ha preso il sopravvento sulle pietre ed i mattoni, ricoprendo il ricordo ed i desideri di un tempo con alti alberi, con i passetti dei ricci timorosi, degli scoiattoli dalle lunghe code e con i nidi, in cui gli uccelli insegnano a volare ed a cantare ai loro piccoli.

Queste rovine sono anche la meta preferita di alcuni ragazzi che vengono qui, giocando a nascondino tra gli anfratti, rincorrendosi a vicenda, facendo la lotta e parlando ad alta voce ma c’e’ un ragazzo che ama venire qui da solo nelle ore del crepuscolo e passare lunghe ore in silenzio, osservando i raggi di sole che penetrano negli anfratti, seguendo i contorni delle pietre spaccate.

Nel giorno che declina, guardalo che arriva di corsa, si arrampica sul punto piu’ alto e rimane li’, mentre la brezza della sera gli accarezza i capelli; resta in ascolto e sa ascoltare voci e rumori di un tempo fermandosi fino a che sopraggiunge il buio, per poi ritornare a casa.

 

Quando e’ giunto il mio momento, mi hanno offerto la possibilita’ di ritornare sulla Terra, in una modalita’ molto diversa, per vivere altre esperienze ed una nuova danza perche’ io sono ora quel ragazzo che hai visto sulle macerie, con i suoi pensieri malinconici e la sua gioia nel sentire le voci degli animali, della natura e del bosco che gli raccontano che, molte vite fa, quelle rovine erano un convento ospedale con finestre colorate che illustravano le vite di Gesu’, dei Santi, dove tante suore con i veli bianchi, cantavano dolci melodie all’alba ed al crepuscolo, dove gli ammalati occupavano i grandi corridoi con le alte navate oltre le quali c’era un grande porticato che dava su di un giardino incantato che custodiva i sogni ed i desideri di ciascuno.

 

 

La visione si sposta sugli occhi profondi del ragazzo che ti osserva, con uno sguardo che va oltre, fino ad intuire cio’ che la vista fisica non puo’ rivelare; gioisci della misteriosa e bella danza della Vita, del suo viaggio che permette di vivere molteplici esperienze per comprendere, un giorno, ogni Mistero del Suo Sogno.

 

 

 

Il Portico sul Giardino